Testimonianze

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La gioia di poterci tornare

   Partimmo da Caselle con il gelo nelle ossa e un po’ di curiosità verso quel mondo di cui fratel Albino, mio zio, parlava sempre e su cui avevamo fantasticato fino a quel momento.
Personalmente non avevo voglia di affrontare l’esperienza forse perché presa da altri pensieri e distrazioni che mi allontanavano dal desiderio di  partire per scoprire una nuova realtà. Il effetti, però, sarebbe stato sicuramente un Natale diverso!

  Arrivammo nella capitale, OUAGA, alle 18.00 ed iniziammo a sudare  sotto i nostri maglioni invernali… pensare che i Burkinabé avevano freddo! Ouaga ci apparve affascinante: povertà e grandi palazzi convivevano immersi nel clima natalizio di quei giorni. Era strano pensare che in un posto così caldo si addobbassero piccoli abeti con fili lucenti. Il centro di accoglienza in cui andammo e fummo ospiti era caloroso; dopo tanti sorrisi e tante strette di mano, il gruppo un po’ stanco per il viaggio e per il caldo si addormentò con il solo rumore dei ventilatori.
  Il giorno dopo al nostro risveglio iniziò il nostro viaggio attraverso la savana.
  Il caldo si faceva sentire sempre più mentre ci dirigevamo verso la meta prefissata: Nanoro. La strada per Nanoro fu lunga; gradualmente ci addentrammo nella savana tra baobab enormi e barrages, ogni tanto spuntavano caprette, mucche, villaggi che sembravano quelli visti nei libri di storia quando si studiavano le popolazioni primitive e tanti bambini e ragazzi che nella strada, in mezzo al nulla, ci salutavano addirittura in italiano. Finalmente arrivammo a Nanoro dove ci accolsero i Fratelli  africani della Sacra Famiglia.
  Cominciammo a visitare le varie strutture costruite dai Fratelli e poi affidate ad altre congregazioni religiose tra le quali desidero citare l’ospedale dei Padri Camilliani, il più importante per il Burkina. Niente male per essere un ospedale nella savana, se paragonato ai nostri, dei quali molti si lamentano, sarebbe stato interessante vedere le espressioni degli italiani di fronte a tale realtà.

  La scuola, opera dei Fratelli della Sacra Famiglia , ci fece riflettere molto; le classi erano formate da circa 40/50 bambini, tutti silenziosi davanti a un solo giovane maestro. Quando entrammo nelle aule ci accolsero cantando e sorridendo ai nostri flash.
  Al momento del pranzo ecco i bambini correre verso la “mensa” e mettersi in fila aspettando la loro ciotola di riso e fagioli che la maggior parte di loro non mangerà, ma verserà il contenuto della ciotola in un piccolo sacchetto da portare a casa per condividerlo con la propria famiglia. Quel che è certo è che nessuno di quei bambini avrebbe avanzato nulla nel piatto.

  Arrivò la vigilia di Natale. Tutto era diverso: la gente era tranquilla e non come noi che se fossimo rimasti a casa saremmo stati indaffarati ad impazzire nei negozi per comperare gli ultimi regali. La Messa di Natale fu uno dei momenti che mi colpì maggiormente: temevo di avere difficoltà a rimanere sveglia non comprendendo nessuna parola della lingua locale. Invece fu diverso: i canti e i colori mi tennero desta.

  Ecco che scoprii in quel piccolo villaggio della savana la vera gioia del Natale. Sicuramente un Natale originale.

  Facemmo anche visita al re del villaggio “Sua Maestà”, mi parve una persona molto saggia. Disse che Nanoro non è una meta turistica, ma è un luogo in cui si possono trovare affetto, amicizia, gratitudine. Aggiunse che  se molti di tali sentimenti esistessero anche tra altre popolazioni, come si vivono tra Italiani e Burkinabé, si potrebbero evitare e si sarebbero evitate tante guerre inutili.

  Nei giorni che seguirono fummo sconvolti dalla visita alle cave d’oro dove giovani, come noi, lavoravano in maniera disumana per pochissimo denaro al mese. Fummo molto turbati di fronte ad essi, i quali non vivono d’oro, ma solo della speranza di trovarlo.

  Il giorno del mio compleanno fummo invitati nei tre centri fondati da una grande persona: fratel Silvestro che donò la sua vita per il Burkina. Nei centri, i ragazzi destinati a vivere ai margini della società imparano a coltivare la terra e a lavorare il legno e il ferro. I nostri sprechi diventano per loro preziose materie da riutilizzare  per creare qualcos’altro. Fu un compleanno diverso, ma altrettanto bello: i miei 17 anni arrivarono in questa terra africana dove anche d’inverno fioriscono i fiori e dove si perde  facilmente la nozione del tempo.

  Arrivò capodanno anche a Nanoro, un capodanno differente da quelli che avevo vissuto. Alla sera il villaggio si animò di suoni e luci. Tutti erano in festa. Dopo esserci scambiati gli auguri andammo nel centro del paese con i tanti bambini che, vedendoci, accorrevano verso di noi per darci la mano e accompagnarci verso la festa. Sembrava una piccola Napoli piena di botti e fuochi d’artificio!

Il primo dell’anno fu il grande giorno per la quarta edizione della corsa degli asini. Gli iscritti erano 250, ma si presentarono in 400 persone se non di più e tutti cercavano di far numerare il magro asinello pur di parteciparvi e ricevere 10 Kg. di riso.

La gara si concluse ed il primo classificato vinse un sacco di riso ed un asino. Tutti gli altri con il loro asinello restarono in fila, l’uno “incollato” all’altro quasi per tre ore per un sacchetto di riso da 10 Kg… e noi in Italia ci lamentiamo per le code alle casse dei supermercati.

Gli ultimi giorni del nostro soggiorno in Burkina  ci dedicammo allo “shopping” all’interno di un bellissimo villaggio artigianale; nessuno poté fare a meno di acquistare  qualcosa  da portare come ricordo alle persone care.

La partenza ormai si faceva sentire e anche i bimbi di Nanoro l’avevano capito. Ognuno ci chiedeva qualcosa: chi le scarpe, chi lo zaino, chi si accontentava delle caramelle (i bonbon) e quando li vedevo con un paio di ciabatte di plastica tutte rotte che loro custodivano con cura, o con i loro vestiti tutti sporchi e strappati, mi sentivo la più fortunata del mondo e dimenticavo tutti i problemi. Mi si stringeva il cuore  perché di fronte a tutti questi bimbi mi sentivo inutile ed impotente. Il primo pensiero che mi veniva in mente era quello di svuotare la mia valigia nel cortile dei Fratelli, ma pensandoci, riflettendoci, non sarebbe servito a nulla tutto ciò perché sicuramente i miei vestiti e le mie scarpe non sarebbero serviti a salvarli dalla povertà e dalla fame. Non solo, avevo seri dubbi sull’utilità di donare loro le mie cose: se i bimbi capissero che ogni volta che arrivano i bianchi si potrebbe chiedere loro qualsiasi cosa imparerebbero a mendicare e nessuno sentirebbe mai il bisogno di imparare un mestiere per poter un giorno acquistare da solo un paio di ciabatte.

Sembrava un discorso “sciocco”  e che nessuno sarebbe stato in grado di capire davvero, ma era la pura verità: questo popolo deve imparare a camminare con le proprie gambe, ma soprattutto desiderare di farlo con le proprie gambe perché se manca la motivazione di progredire e svilupparsi non ci sarà  un futuro migliore ad attendere questo popolo.

E’ stato un grande viaggio. Grazie ai gesti, ai sorrisi ed agli sguardi riuscivo a farmi capire anche non parlando la stessa lingua nelle tante occasioni in cui sotto l’hapatam (luogo del cortile dei Fratelli dove i bambini si ritrovavano a giocare) facevo animazione ed ero in difficoltà nel comunicare con loro per il mio francese  un po’ scorretto.

Tutto ciò mi ha arricchita molto; giorno dopo giorno qualcosa ha riempito il mio cuore e la mia mente distraendomi dalla nostalgia di ritornare a casa e dandomi la gioia del pensiero di poterci ritornare.

Anna Chiara Vezzoli

                 

DAL DIARIO DI UNA CAMPISTA.

24 dicembre 2008
 
E' la vigilia di natale, ma qui i giorni si somigliano molto e niente ci ricorda che domani è il 25 dicembre. Eppure i ragazzi del Liceo Agrario stanno intrecciando della paglia per costruire una capanna...ma qui non è il nostro natale italiano!
  Lo scorso anno, in questo stesso giorno, ero indaffarata ad impazzire nei negozi per acquistare gli ultimi regali, per fare le ultime pulizie in casa, a chiamare gli amici per gli ultimi auguri. Nella fredda Torino mi ritrovavo sempre in mezzo a folle di gente indaffarata, sia nei negozi, che nei centri commerciali, eppure erano folle fredde che del Natale mi trasmettevano solo l'ansia da panettone, regalo, cenone...
  Prima di pranzo una puntata al mercato: qui ho sentito il calore delle persone, quello che a Torino non sento mai tra le folle, ma il calore che ho trovato al mercato in questo giorno penso che avrei potuto trovarlo in ogni momento dell'anno, perché è il calore umano del popolo burkinabé.
  Ci avventuriamo nel mercato affollato, nonostante sembri tutto un unico caos le merci sono tutte ordinate: tanti piccoli mucchietti di sale, grano, pomodori e, a farci da scorta, una marea di bimbi e bimbe e altri bimbetti ancora legati alla schiena delle sorelle.

25 dicembre 2008
  Finalmente un Natale vero, originale!
  Dopo la Santa messa di Mezzanotte (che qui si celebra alle 21), l'evento della giornata è stata la visita a Sua Maestà, un po' anacronistica l'idea di un Re in un paese così povero.
  Ci accoglie nel cortile della sua dimora e cerca di metterci a nostro agio dicendo che non c'è bisogno di "formalizzarsi", ci tratta come "amici". Sottolinea più volte il fatto che tra gli Italiani ed i Burkinabè c'è un profondo legame di amicizia.
  Non è un re, ma un saggio, un diplomatico, che con le sue parole, ci ha fatti sentire ospiti graditi qui a Nanoro.
  Verso sera abbiamo passeggiato in un luogo tanto banale per noi quanto eccezionale qui in burkina: un lago. Qui è raro vedere tanta acqua. Intorno al lago c'è un alone di magia che avvolge chi lo guarda, perché qui la vera magia è l'acqua.
  Con l'immagine della pace del lago ci addormenteremo dolcemente in questa notte di natale lontani da casa.

27 dicembre 2008
  Sveglia ore 5.00: con il sonno negli occhi e nelle membra si parte per Ouihagouya. La strada è ...beh, qui zio Albino la chiama pista ed effettivamente sembra una pista da cross!!!
  L'alba nella savana polverosa è suggestiva, le capanne sono ancora immerse nel silenzio, gli animali sono quieti, gli avvoltoi non volteggiano...tutto tace, siamo solo noi e la polvere.
  Arriviamo alla casa dei Fratelli e l'accoglienza, come sempre, è ottima: colazione e sorrisi per ristorarsi, non c'è nulla di meglio. Partiamo per visitare le miniere. Sembrano un mondo a parte, un mondo quasi assurdo: qui si lavora in condizioni disumane per ottenere infimi guadagni, sì infimi perché pur essendo una miniera d'oro ne offre ben poco. Tutti siamo un po' sconvolti, fotografiamo le cave e turbati guardiamo questi ragazzi ricoperti di terra ovunque. Una vita difficile, i giorni si susseguono a più di 30 metri di profondità, in cunicoli stretti, niente aria, solo polvere alla ricerca di un po' di polvere preziosa. Ci sono anche delle donne che polverizzano ciò che i ragazzi ricavano dagli scavi nei cunicoli, tante vengono qui di nascosto, per guadagnare qualcosa, ma il loro lavoro è molto faticoso e sicuramente ricompensato in modo inadeguato. Siamo tutti molto turbati di fronte a questi giovani che vivono della speranza di trovare dell'oro. Tutti ci chiediamo perché questa scelta di vita, ma è evidente che il loro lavoro non nasce da una scelta di vita, ma dalla forza della disperazione, qui non c'è sete di oro e denaro, ma sete vera, fame.
  Dopo le miniere visitiamo un luogo dove le donne lavorano il karitè: qui in Burkina le donne sono davvero il motore su cui si basa la maggior parte delle attività economiche. In questo centro lavorano molte donne, i prodotti sono di qualità molto elevata, nell'atelier tutto è ordinato. Il tocco femminile si vede nel loro zelo, nella loro efficienza e nel loro ordine.
  Il ritorno, sotto il sole cocente, ma sotto quel sole ognuno di noi medita su ciò che ha visto e vissuto in questa giornata.

28 dicembre 2008
  Dopo la cena un momento toccante: la proiezione del nuovo video sulla vita di fratel Silvestro, un uomo semplice che ha fatto tanto per tanti, un santo. Nell'intervista spiega ciò che ha fatto tenendo timidamente gli occhi chiusi e spesso sorride imbarazzato, come se non meritasse tanta attenzione. Un piccolo uomo con un cuore grande e tanta forza, la forza della fede. I versi di Cesare pavese scorrono sotto le immagini delle "creature" di Silvestro. Andiamo nelle nostre stanze e anche Checco, che non è mai serio, parla di Silvestro. Ne parliamo tutti insieme con molta ammirazione e con il suo ricordo nella mente ci addormentiamo.

29 dicembre 2008
  Molto presto partenza per Goundì, la mattina ci donerà una bellissima alba. Partiamo, il sole sorge velocemente ed illumina ogni cosa. Visitiamo i centri fondati da Silvestro: sono come piccole case felici nel deserto, un unico splendore fatto di tante papaye grandi come angurie, di verze enormi, pomodori, insalata. Un grande viale alberato dove i manghi sono alti, alti e poi ancora alberi, altri alberi e altri alberi ancora, sì perchè Silvestro ha piantato alberi ovunque creando preziosi paradisi di ombre sotto un sole cocente come quello del Burkina. Nei centri di Silvestro i ragazzi destinati ad una vita ai margini della vita imparano a coltivare la terra, a lavorare il legno ed il ferro. I nostri sprechi diventano per loro preziose materie da riutilizzare per creare qualcosa.

6 gennaio 2009
  E' finito questo viaggio che mi porterò sempre nel cuore ed è già così grande la voglia di ritornare.
  Non so se è già mal d'Africa, non credo, è solo la voglia di tornare in un mondo completamente diverso dal nostro. Io avevo deciso la scorsa estate di andare in Burkina, spinta dalla curiosità ma, soprattutto, dalla voglia di non pensare più a tutti i miei stupidi problemi: dagli esami, ai soldi, al fidanzato. Volevo che l'Africa mi restituisse i valori veri della vita, non perché li avessi persi, ma perchè erano avvolti da una nebbia.
  L'Africa me li ha restituiti e mi ha dato molto di più: tutti quei sorrisi di bambini e adulti che non hanno nulla se non il sorriso; la tranquillità di un luogo che non conosce orari, ritardi, puntualità; le cose semplici...l'Africa mi ha ridato la serenità che il mondo frenetico occidentale mi aveva tolto. Grazie Africa!

Tatiana Vezzoli
 

PRIMA O POI BISOGNA TORNARE……(SIGH) 

E’ vero,siamo tornate da un po’……o forse non siamo ancora tornate….forse siamo ancora là…la mente è là…quindi come fare a scrivere di una esperienza che chiusa non è….ma ora ci proviamo.

Allora…..siamo andate in Burkina Faso,atterrate a Ouagadougou,la capitale, a bordo di due pulmini  ci siamo,noi e altre 25 persone, avviate verso Nanoro “nostra” missione percorrendo 100 km circa di strada di cui 35 sterrati. La missione di Nanoro è una delle numerose fondate dai Fratelli della sacra famiglia (FSF) in  Burkina, e nei quarant’anni di attività hanno costruito pozzi per utilizzare acqua potabile dal sottosuolo e canali di irrigazione per coltivare orti, oltre a scuole e all’ospedale che hanno in gestione i Padri Camilliani.

L’idea c’è…. ed è buona, tutti insieme, ognuno secondo le proprie capacità aiuta nei diversi progetti che sempre ci sono in comunità. Nel nostro caso c’erano alcuni cameroni appena costruiti da tinteggiare per poi essere utilizzati come dormitorio per le studentesse del Liceo e la costruzione di una tettoia che servirà come sala pranzo. Io e Nadia, essendo IP, andavamo in Ospedale tutte le mattine, non tanto per aiutare, (gli infermieri là hanno un ruolo che si avvicina molto a quello dei medici), ma per intrattenere i bambini ricoverati.  Con loro abbiamo giocato, distribuito palloncini e  lecca-lecca, condividendo momenti difficili della loro vita.

A fianco di queste attività ci sono stati tanti avvenimenti e incontri, perché scopri che laggiù l’aria è buona, l’aria che hai bisogno come essere umano e allora sei tu ad essere aiutato, a rallentare e godere della loro compagnia, ad assaporare nel “mitico” bar una birra mentre indisturbato passa il solito maialino o la capretta in cerca di qualcosa da mangiare. La polvere, che imbratta tutto e tutti e  ti copre fino ai capelli entrandoti dentro al punto che neanche la doccia riesce a togliertela di dosso, ti fa sentire ancora più parte del luogo. Scopri che la loro frase preferita è “N’EST PAS DE PROBLEMS”, ed è vero….ci sono successe tante cose nella “BROUSSE” lontani da Nanoro, ma c’era sempre qualcuno che arrivava ad aiutarci e tutto si risolveva per il meglio.

E poi il SORRISO dei BAMBINI, il BUIO della notte senza luci artificiali, le STRADE polverose vuote di auto ma piene di  bambini che vanno a prendere l’acqua dei pozzi con il loro ASINO, e poi la GARA DEGLI ASINI…organizzata dal nostro gruppo per l’ultimo dell’anno coinvolgendo 129 ragazzini che hanno tutti portato a casa come premio alcuni chili di riso. E poi le CAPANNE nella  campagna circostante che ti fanno tornare indietro nel tempo, e poi…  e poi ….e poi….tante altre cose.

Vogliamo finire con un GRAZIE grande e sentito, perché il vostro contributo in denaro, insieme a quello di amici e parenti, finanzierà la costruzione di un pozzo in una zona che ancora ne è sprovvista.

Con affetto                                                               

                                                                       Laura e Nadia

…..”HO FATTO DUE VALIGIE PER UN PESO DI 45 CHILI, HO PRESO DUE AEREI E SONO ANDATA IN UN ALTRO CONTINENTE, SETTE ORE DI VIAGGIO CIRCA…..TUTTO QUESTO PER FARE UN VIAGGIO DENTRO DI ME”

                                              Enrica ,studentessa che è stata a Nanoro questa estate