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Testimonianze precedenti |
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La gioia di poterci tornare
Partimmo da Caselle con il gelo nelle ossa e un po’ di
curiosità verso quel mondo di cui fratel Albino, mio zio, parlava sempre e
su cui avevamo fantasticato fino a quel momento.
Arrivammo nella capitale, OUAGA, alle 18.00 ed iniziammo a sudare
sotto i nostri maglioni invernali… pensare che i Burkinabé avevano freddo!
Ouaga ci apparve affascinante: povertà e grandi palazzi convivevano immersi
nel clima natalizio di quei giorni. Era strano pensare che in un posto così
caldo si addobbassero piccoli abeti con fili lucenti. Il centro di
accoglienza in cui andammo e fummo ospiti era caloroso; dopo tanti sorrisi e
tante strette di mano, il gruppo un po’ stanco per il viaggio e per il caldo
si addormentò con il solo rumore dei ventilatori.
La scuola, opera dei Fratelli della Sacra Famiglia , ci fece
riflettere molto; le classi erano formate da circa 40/50 bambini, tutti
silenziosi davanti a un solo giovane maestro. Quando entrammo nelle aule ci
accolsero cantando e sorridendo ai nostri flash. Arrivò la vigilia di Natale. Tutto era diverso: la gente era tranquilla e non come noi che se fossimo rimasti a casa saremmo stati indaffarati ad impazzire nei negozi per comperare gli ultimi regali. La Messa di Natale fu uno dei momenti che mi colpì maggiormente: temevo di avere difficoltà a rimanere sveglia non comprendendo nessuna parola della lingua locale. Invece fu diverso: i canti e i colori mi tennero desta. Ecco che scoprii in quel piccolo villaggio della savana la vera gioia del Natale. Sicuramente un Natale originale. Facemmo anche visita al re del villaggio “Sua Maestà”, mi parve una persona molto saggia. Disse che Nanoro non è una meta turistica, ma è un luogo in cui si possono trovare affetto, amicizia, gratitudine. Aggiunse che se molti di tali sentimenti esistessero anche tra altre popolazioni, come si vivono tra Italiani e Burkinabé, si potrebbero evitare e si sarebbero evitate tante guerre inutili. Nei giorni che seguirono fummo sconvolti dalla visita alle cave d’oro dove giovani, come noi, lavoravano in maniera disumana per pochissimo denaro al mese. Fummo molto turbati di fronte ad essi, i quali non vivono d’oro, ma solo della speranza di trovarlo. Il giorno del mio compleanno fummo invitati nei tre centri fondati da una grande persona: fratel Silvestro che donò la sua vita per il Burkina. Nei centri, i ragazzi destinati a vivere ai margini della società imparano a coltivare la terra e a lavorare il legno e il ferro. I nostri sprechi diventano per loro preziose materie da riutilizzare per creare qualcos’altro. Fu un compleanno diverso, ma altrettanto bello: i miei 17 anni arrivarono in questa terra africana dove anche d’inverno fioriscono i fiori e dove si perde facilmente la nozione del tempo. Arrivò capodanno anche a Nanoro, un capodanno differente da quelli che avevo vissuto. Alla sera il villaggio si animò di suoni e luci. Tutti erano in festa. Dopo esserci scambiati gli auguri andammo nel centro del paese con i tanti bambini che, vedendoci, accorrevano verso di noi per darci la mano e accompagnarci verso la festa. Sembrava una piccola Napoli piena di botti e fuochi d’artificio! Il primo dell’anno fu il grande giorno per la quarta edizione della corsa degli asini. Gli iscritti erano 250, ma si presentarono in 400 persone se non di più e tutti cercavano di far numerare il magro asinello pur di parteciparvi e ricevere 10 Kg. di riso. La gara si concluse ed il primo classificato vinse un sacco di riso ed un asino. Tutti gli altri con il loro asinello restarono in fila, l’uno “incollato” all’altro quasi per tre ore per un sacchetto di riso da 10 Kg… e noi in Italia ci lamentiamo per le code alle casse dei supermercati. Gli ultimi giorni del nostro soggiorno in Burkina ci dedicammo allo “shopping” all’interno di un bellissimo villaggio artigianale; nessuno poté fare a meno di acquistare qualcosa da portare come ricordo alle persone care. La partenza ormai si faceva sentire e anche i bimbi di Nanoro l’avevano capito. Ognuno ci chiedeva qualcosa: chi le scarpe, chi lo zaino, chi si accontentava delle caramelle (i bonbon) e quando li vedevo con un paio di ciabatte di plastica tutte rotte che loro custodivano con cura, o con i loro vestiti tutti sporchi e strappati, mi sentivo la più fortunata del mondo e dimenticavo tutti i problemi. Mi si stringeva il cuore perché di fronte a tutti questi bimbi mi sentivo inutile ed impotente. Il primo pensiero che mi veniva in mente era quello di svuotare la mia valigia nel cortile dei Fratelli, ma pensandoci, riflettendoci, non sarebbe servito a nulla tutto ciò perché sicuramente i miei vestiti e le mie scarpe non sarebbero serviti a salvarli dalla povertà e dalla fame. Non solo, avevo seri dubbi sull’utilità di donare loro le mie cose: se i bimbi capissero che ogni volta che arrivano i bianchi si potrebbe chiedere loro qualsiasi cosa imparerebbero a mendicare e nessuno sentirebbe mai il bisogno di imparare un mestiere per poter un giorno acquistare da solo un paio di ciabatte. Sembrava un discorso “sciocco” e che nessuno sarebbe stato in grado di capire davvero, ma era la pura verità: questo popolo deve imparare a camminare con le proprie gambe, ma soprattutto desiderare di farlo con le proprie gambe perché se manca la motivazione di progredire e svilupparsi non ci sarà un futuro migliore ad attendere questo popolo. E’ stato un grande viaggio. Grazie ai gesti, ai sorrisi ed agli sguardi riuscivo a farmi capire anche non parlando la stessa lingua nelle tante occasioni in cui sotto l’hapatam (luogo del cortile dei Fratelli dove i bambini si ritrovavano a giocare) facevo animazione ed ero in difficoltà nel comunicare con loro per il mio francese un po’ scorretto. Tutto ciò mi ha arricchita molto; giorno dopo giorno qualcosa ha riempito il mio cuore e la mia mente distraendomi dalla nostalgia di ritornare a casa e dandomi la gioia del pensiero di poterci ritornare. Anna Chiara Vezzoli
DAL DIARIO DI UNA CAMPISTA. 24 dicembre 2008 25 dicembre 2008 27 dicembre 2008 28 dicembre 2008 29 dicembre 2008 6 gennaio 2009 Tatiana Vezzoli PRIMA O POI BISOGNA TORNARE……(SIGH) E’ vero,siamo tornate da un po’……o forse non siamo ancora tornate….forse siamo ancora là…la mente è là…quindi come fare a scrivere di una esperienza che chiusa non è….ma ora ci proviamo. Allora…..siamo andate in Burkina Faso,atterrate a Ouagadougou,la capitale, a bordo di due pulmini ci siamo,noi e altre 25 persone, avviate verso Nanoro “nostra” missione percorrendo 100 km circa di strada di cui 35 sterrati. La missione di Nanoro è una delle numerose fondate dai Fratelli della sacra famiglia (FSF) in Burkina, e nei quarant’anni di attività hanno costruito pozzi per utilizzare acqua potabile dal sottosuolo e canali di irrigazione per coltivare orti, oltre a scuole e all’ospedale che hanno in gestione i Padri Camilliani. L’idea c’è…. ed è buona, tutti insieme, ognuno secondo le proprie capacità aiuta nei diversi progetti che sempre ci sono in comunità. Nel nostro caso c’erano alcuni cameroni appena costruiti da tinteggiare per poi essere utilizzati come dormitorio per le studentesse del Liceo e la costruzione di una tettoia che servirà come sala pranzo. Io e Nadia, essendo IP, andavamo in Ospedale tutte le mattine, non tanto per aiutare, (gli infermieri là hanno un ruolo che si avvicina molto a quello dei medici), ma per intrattenere i bambini ricoverati. Con loro abbiamo giocato, distribuito palloncini e lecca-lecca, condividendo momenti difficili della loro vita. A fianco di queste attività ci sono stati tanti avvenimenti e incontri, perché scopri che laggiù l’aria è buona, l’aria che hai bisogno come essere umano e allora sei tu ad essere aiutato, a rallentare e godere della loro compagnia, ad assaporare nel “mitico” bar una birra mentre indisturbato passa il solito maialino o la capretta in cerca di qualcosa da mangiare. La polvere, che imbratta tutto e tutti e ti copre fino ai capelli entrandoti dentro al punto che neanche la doccia riesce a togliertela di dosso, ti fa sentire ancora più parte del luogo. Scopri che la loro frase preferita è “N’EST PAS DE PROBLEMS”, ed è vero….ci sono successe tante cose nella “BROUSSE” lontani da Nanoro, ma c’era sempre qualcuno che arrivava ad aiutarci e tutto si risolveva per il meglio. E poi il SORRISO dei BAMBINI, il BUIO della notte senza luci artificiali, le STRADE polverose vuote di auto ma piene di bambini che vanno a prendere l’acqua dei pozzi con il loro ASINO, e poi la GARA DEGLI ASINI…organizzata dal nostro gruppo per l’ultimo dell’anno coinvolgendo 129 ragazzini che hanno tutti portato a casa come premio alcuni chili di riso. E poi le CAPANNE nella campagna circostante che ti fanno tornare indietro nel tempo, e poi… e poi ….e poi….tante altre cose. Vogliamo finire con un GRAZIE grande e sentito, perché il vostro contributo in denaro, insieme a quello di amici e parenti, finanzierà la costruzione di un pozzo in una zona che ancora ne è sprovvista. Con affetto Laura e Nadia …..”HO FATTO DUE VALIGIE PER UN PESO DI 45 CHILI, HO PRESO DUE AEREI E SONO ANDATA IN UN ALTRO CONTINENTE, SETTE ORE DI VIAGGIO CIRCA…..TUTTO QUESTO PER FARE UN VIAGGIO DENTRO DI ME” Enrica ,studentessa che è stata a Nanoro questa estate |